L'Ancora Genitori Separati Genitori Sempre

Addebito e Risarcimento

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2994
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
CORTE D’APPELLO DI ROMA
SEZIONE FAMIGLIA
La Corte, composta dai Magistrati
Muriagiulia De Marco Presidente
Anna Maria Pagliari Consigliere relatore
Marina Tucci Consigliere
riunita in camera di consiglio ha emesso la seguente
SENTENZA
nella causa in secondo grado iscritta al n. RGAC 3189/2014 trattenuta in decisione all’udienza del
12.11.2015, vertente
B.S. (…) rappresentata e difesa dall’avv. C.C., elettivamente domiciliata presso il difensore, per
procura a margine del ricorso m appello
appellante
e
T.S. (…), rappresentato e difeso dall’avv. B.A., elettivamente domiciliato presso il difensore per
procura a margine della comparsa di costituzione
appellato/appellante incidentale
e
con la partecipazione del Procuratore Generale
OGGETTO: appello avverso la sentenza di separazione n. 2278/13 del ‘tribunale di Veltetri
pubblicata il 18.11.2013.
Premesso che
con ricorso depositato il 21.1.2008 T.S. adiva il Tribunale di Velletri per chiedere la separazione
dalla coniuge, con La quale aveva contratto matrimonio il 24.5.1986 e dall’unione con il quale etano
nati due figli, V. nel 1987 e M. nel 1998, formulando altresì domanda di affido condiviso della
figlia minore, da collocare presso la madre con regolamentazione della permanenza presso di lui
secondo le modalità concordate dai coniugi nella precedente separazione del 2005, di assegnazione
della casa coniugale alla coniuge c di attribuzione a quest’ultima di un assegno mensile complessivo
di 1.500 Euro a titolo di contributo al mantenimento di lei stessa e dei figli, offrendo la propria
disponibilità a sostenere tutte le spese per gli studi dei figli;
con distinto ricorso anche B.S. adiva il Tribunale per chiedere la separazione dal coniuge,
formulando domanda di addebito della separazione al marito c conseguente risarcimento del danno
subito, di affido esclusivo della figlia minore, di assegnazione della casa coniugale, di attribuzione
di un assegno mensile di 6000 Euro a titolo di concorso al mantenimento di lei stessa e di 4000
Euro per il mantenimento dei figli, con l’ulteriore onere a carico del coniuge delle spese
straordinarie da sostenere per gli stessi;
riuniti i giudizi, all’esito dell’istruttoria nel corso della quale venivano espletate consulenza tecnica
psicologica, prova per testi, istruttoria documentale e indagini di polizia tributaria, con la sentenza
indicata in epigrafe il Tribunale ha pronunciato la separazione coniugale con addebito al marito, ha
affidato la figlia minore a entrambi i coniugi, collocandola presso la madre e regolamentando la
permanenza presso il padre, ha assegnato alla moglie la casa coniugale, le ha attribuito un assegno
di mantenimento dell’importo mensile complessivo di 3.500 Euro, di cui 2000 per lei stessa e 750
per ciascun figlio, con decorrenza dalla pronuncia, ha posto a carico del padre per intero le spese
universitarie e ripartito al 50% tra i genitori le altre spese straordinarie da sostenere per i figli, ha
rigettato la domanda di risarcimento del danno avanzata dalla moglie e condannato il T. al
pagamento delle spese processuali; – con ricorso depositato il 16.5.2014 B.S. ha proposto appello
sul presupposto dell’erronea valutazione da parte del primo giudice delle risorse economiche nella
disponibilità del coniuge e della prova del danno risarcibile a seguito della responsabilità della crisi
coniugale attribuita al marito, da individuarsi nelle medesime risultanze istruitone sulla base delle
quali era stata accolta la domanda di addebito della separazione: ha dunque riproposto, in riforma
della decisione, l’originaria neh testa in merito al quantum degli assegni per lei stessa e per i figli
nonché la domanda di condanna del coniuge al risarcimento del danno;
il T. si è costituito in giudizio e ha chiesto il rigetto dell’appello nonché proposto appello incidentale
per ottenere, in parziale riforma della sentenza impugnata, il rigetto della domanda, di addebito
della separazione avanzata dalla coniuge e la pronuncia di addebito a quest’ultima, la riduzione
all’importo di 1500 Euro mensili dell’assegno di mantenimento in suo favore, per lei stessa e per la
figlia, considerando l’intervenuta autonomia economica del figlio V. e la facoltà della coniuge di
locare a terzi la porzione della, casa coniugate situata al piano seminterrato; il Procuratore Generale
ha chiesto la conferma della sentenza, valutata adeguata, in relazione ai provvedimenti concernenti
la figlia minore;
all’udienza del 13.1.2014 la Corte, all’esito della relazione ha richiesto un’integrazione istruttoria
sulle condizioni di reddito delle parti, concedendo termini anche per note e repliche difensive;
all’udienza del 12.11.2015 i procuratori delle parti si sono riportati alle rispettive conclusioni e la
causa è stata, quindi, trattenuta in decisione.
Motivazione
L’appello principale proposto dalla B. è infondato e viene perciò respinto; è invece in parte fondato
l’appello incidentale proposto dal T. che viene, pertanto, accolto per quanto di ragione.
Procedendo in ordine di pregiudizialità logica delle domande e con contestuale esame dei profili
concernenti punti della decisione da entrambe le parti impugnati, si osserva quanto segue.
Addebito della separazione.
Il Tribunale ha accolto la domanda di addebito formulata dalla moglie ritenendo provata una
“condotta aggressiva e lesiva dei doveri di solidarietà, assistenza reciproca e fedeltà derivanti dal
matrimonio” posta in essere dal T. quale causa della frattura dell’unione coniugale, risalente nel
tempo ma anche attuata successivamente alla prima separazione del 2005: ciò valutando sulla base
delle deposizioni testimoniali del figlio V. e degli altri testi nonché sull’ammissione da parte del
marito dell’instaurazione della relazione extraconiugale a lui imputata dalla coniuge sin da epoca
precedente alla cessazione della coabitazione.
Il Tribunale ha, invece, ritenuto priva di riscontri probatori la domanda di addebito formulata dal
marito.
Il T., appellante incidentale, contesta come erronee entrambe le suddette valutazioni: ritiene, infatti,
che – sia stata omessa un’esatta ricostruzione delle dinamiche familiari che, ove effettuata, avrebbe
indotto il primo giudice ad escludere i comportamenti pregressi alla separazione e riconciliazione
del 2005 dalle cause della crisi coniugale e ad individuare queste ultime nel comportamento della
coniuge, avido, offensivo, irascibile e riprovevole perché teso alla strumentalizzazione dei figli
contro il genitore.
Deve preliminarmente osservarsi l’inammissibilità delle istanze istruttorie formulate in questo grado
dall’appellante incidentale in quanto, sebbene non ammesse dal Giudice istruttore, non sono state
riproposte specificamente all’udienza di precisazione delle conclusioni in primo grado il 2.7.2013,
intendendosi pertanto rinunciate (vedi Cass. civ. n. 10748/12). Nel mento l’appello è infondato.
La B., invero, deduceva a fondamento della domanda di addebito le reiterate violenze domestiche
subite dal coniuge nel corso della vita coniugale e l’allontanamento di quest’ultimo dall’abitazione
familiare nell’ottobre 2007 a seguito della relazione extraconiugale intrapresa con P.C., segretaria
addetta allo studio professionale del coniuge, negando l’effettività della separazione consensuale del
2008, a suo dire attuata per meri vantaggi fiscali.
Le circostanze in merito alla condotta violenta del T. sono state confermate dal figlio V.,
ventitreenne all’epoca della deposizione all’udienza del 20.4.2010, testimone diretto di condotte
irascibili agite dal padre verso la madre e a sua volta vittima di comportamenti del genitore dettati
da esplosioni d’ira, ricondotte senza distinzione alcuna agli anni più remoti come ai più recenti,
nonché dalle due testi escusse alla stessa udienza anzi citata, che hanno chiaramente riferito di aver
visto ecchimosi sul corpo della B. ovvero partecipato a discussioni tra i coniugi in merito alla
dinamica violenta della relazione di coppia.
Correttamente il Tribunale ha ritenuto attendibile la deposizione del figlio delle parti, non essendo
in quella sede emersa nel giovane una condizione precostituita verso il genitore tale da far
sospettare una possibile alterazione della realtà con riferimento agli eventi oggetto dei capitoli di
prova (alcuni dei quali peraltro non confermati dal teste o chiaramente indicati quando non appresi
direttamente, a riprova della genuinità della testimonianza); l’attendibilità risulta ad oggi trovate
conferma nel rapporto, anche professionale, intrattenuto dal figlio con il padre, che quest’ultimo
assume frutto di un recupero della relazione con il figlio che, se avvenuto, non ha mai indotto il
giovane a ritrattare o attenuare le dichiarazioni a suo tempo rese.
Né il T. ha mai contestato la sussistenza della relazione sentimentale con P.C., segretaria addetta al
proprio studio professionale, circostanza al contrario esplicitamente dal medesimo dedotta nella
comparsa di costituzione nel giudizio di separazione instaurato dalla coniuge (memoria depositata
in data 11.4.2008), sia pur quale effetto della crisi coniugale già in essere, quale ragione
determinante la decisione di porre fine alla convivenza coniugale e l’uscita dalla casa familiare
nell’ottobre 2007. Allettando condivisibilmente il Tribunale ha respinto la domanda di addebito
formulata dal T. nella suddetta comparsa di costituzione nel distinto giudizio di separazione
instaurato dalla coniuge, in quanto sin da tale atto costitutivo genericamente prospettata con
riferimento ad atteggiamenti della coniuge mai esplicitati in fatti specifici, neppure nella comparsa
integrativa ex art. 709 c.p.c. depositata in data 15.10.2008 e demandata alla completa e definitiva
prospettazione del thema decidendum; la domanda e, peraltro, rimasta priva di impulso istruttorio e
di conseguenti riscontri (avendo la parte in sede di memoria ex art. 183 co. 6 n. 2 depositata il
24.6.2009 unicamente articolato mezzi istruttori su circostanze estranee, per oggetto o per
collocazione temporale, alla domanda di addebito).
Risarcimento del danno
Il Tribunale ha respinto la domanda risarcitoria formulata, dalla B. quale conseguenza dei fatti di
addebito della separazione, ritenendo assente una costruzione giuridica del danno alla stregua dei
presupposti, della responsabilità aquiliana. Tale valutazione va condivisa poiché conforme al
principi giurisprudenziali espressi dalla Corte di legittimità, dal momento che, posto che alla
pronuncia di addebito della separazione non consegue di per se un’obbligazione risarcitoria (Cass. n.
5866/95) e che “la risarcibilità dei danni è configurabile solo se i fatti che hanno dato luogo
all’addebito integrano gli estremi dell’illecito ipotizzato dalla clausola generale di responsabilità”
(Cass. 18853/11), difetta nella domanda originaria della richiedente una precisa prospettazione di
lesione di diritti inviolabili quale fatto generatore di responsabilità civile contestualizzata, secondo i
parametri normativi di cui all’art. 2059 c.c. ed esplicitata nelle varie componenti delle voci di danno
risarcibile.
Trattandosi, invero, di danno non patrimoniale la configurazione dell’illecito doveva essere
rappresentata o come corrispondente ad un’ipotesi di reato o a una fattispecie che, pur non reato, sia
espressamente connessa dalla legge ad un ristoro del danno ovvero come concretizzante una
violazione di diritti inviolabili costituzionalmente protetti e individuati specificatamente, di seguito
rappresentando la compromissione giuridicamente apprezzabile del diritto leso, con conseguente
indicazione della componente (biologica, esistenziale, morale) del danno richiesto.
Tutto ciò non è ricavabile dalle deduzioni della parte, la quale ha meramente ricondotto la
risarcibilità del danno ai fatti di addebito e, sostanzialmente (anche come parametro del petitum)
alla convivenza in sé in quanto svoltasi nelle modalità indicate, limitandosi a produrre un certificato
medico attestante, alla data del 3.1.2008, un disturbo ansioso – depressivo – reattivo, anch’esso del
tutto genericamente indicato e per nulla collegato né collegabile aprioristicamente alla vicenda
matrimoniale né, comunque, ad una fattispecie lesiva (in questo caso del diritto alla salute) che
abbia oltrepassato i limiti di tollerabilità di sofferenza insiti di per sé nella violazione dei doveri
coniugali e nel venir meno dell’unione matrimoniale. L’appello proposto dall’appellante principale
va pertanto rigettato.
Assegno di mantenimento moglie
Il Tribunale, valutate in comparazione le condizioni economiche dei coniugi e ritenuta sussistente
una significativa sperequazione a sfavore della moglie, priva di una propria attività lavorativa in
costanza di convivenza coniugale, li a riconosciuto in capo alla B. il diritto ai mantenimento e
determinato l’assegno posto a carico del coniuge nella misura di 2000 Euro mensili con decorrenza
dalla pronuncia. Sul punto, oggetto di impugnazione principale e incidentale, gli atti processuali
complessivamente considerati consentono la seguente ricostruzione.
In costanza di convivenza coniugale, protrattasi per circa 21 anni, la B. non ha mai svolto una
propria attività di lavoro e si è dedicata esclusivamente alla famiglia, che ha goduto di un discreto
benessere grazie all’attività professionale del T., medico odontoiatra. I coniugi hanno realizzato un
patrimonio immobiliare comune, costituito dalla casa familiare di Roma (villino su tre livelli) e
dalla casa in Pineto degli Abruzzi utilizzata per le vacanze; il T. è altresì proprietario esclusivo
dell’immobile adibito a studio professionale e di ulteriori immobili, uno dei quali verosimilmente
alienato negli anni recenti poiché non più risultante nell’elenco – fabbricati di cui al modello fiscale
2015 per l’anno di imposta 2014. Dall’allontanamento dalla casa familiare, nell’ottobre 2007, egli
vive in una casa condotta in locazione.
All’udienza presidenziale in primo grado, nel 2008, il T. dichiarava di corrispondete
spontaneamente alla coniuge 2500 Euro mensili (applicando le condizioni della separazione
consensuale del 2005), di provvedere per intero alle spese universitarie del figlio V. e alle spese
scolastiche e sportive della figlia M. La documentazione fiscale prodotta nei due gradi di giudizio
con seri te di verificare un andamento medio più o meno costante dell’attività di lavoro e dei redditi
dichiarati dal T., con una flessione nell’anno 2013 immediatamente recuperata nell’anno successivo;
negli anni precedenti alla separazione (2006 e 2007) risultano invero dichiarati ricavi dall’attività
pari a 180.000/160.000 Euro, ridotti ad un reddito imponibile di 40.000/30.000 Euro e a un reddito
netto di 37.000/270000 Euro (quest’ultimo già pari o inferiore – se realistico – all’ammontare versato
spontaneamente per la moglie e i figli a far data dall’uscita dalla casa familiare); negli anni più
recenti risultano compensi dall’attività pari a circa 144.000 curo nell’anno 2011, 140.000 Euro negli
anni 2012 e 2014, 110.000 Euro nell’anno 2013 a cui conseguono redditi netti di circa
44.000/50.000/46000 Euro negli anni 2011/12/14 e circa 30.000 curo nell’anno 2013. Emerge
visibilmente da tutta la documentazione fiscale la presenza, costante negli anni, della voce “spese
documentate”, diverse dai costi per l’attività, di elevata entità, non verificabili ma notoriamente
individuabili come componente di reddito tramite la quale ottenere una significativa riduzione del
reddito imponibile.
Dalla documentazione bancaria prodotta, in modo incompleto e per la maggior parte attinente a
profili contrattuali superflui rispetto alle richieste della Corte, e comunque rilevabile un’evoluzione
quantomeno costante se non in crescita della capacità di reddito negli anni più recenti risultando una
movimentazione di liquidità in entrata pari ad oltre 80.000 Euro nel 2013, oltre 140.000 Euro nel
2014, circa 25.000 Euro nel primo trimestre 2015 nonché ulteriore liquidità da finanziamenti di non
modesta, entità assunti nel 2013.
Di contro la B., titolare dei patrimonio immobiliare di comune proprietà con il coniuge e
beneficiaria dell’uso della casa familiare, ha documentato sino all’anno 2013, quale unica entrata
nella disponibilità, l’assegno percepito dal coniuge a titolo di mantenimento per lei stessa e per i
figli. Nel corso dell’anno 2014, assumendo tre finanziamenti in restituzione dei quali è onerata di
una complessiva rata mensile di 700 Euro, ha aperto una propria attività imprenditoriale in
franchising nel settore della decorazione di dolci, sostenendo altresì il pagamento del canone pari a
1000 Euro mensili per la locazione dell’immobile commerciale dove svolge l’attività. Dalla
documentazione bancaria prodotta è ricavabile un buon avvio dell’impresa che ha dichiara circa
18.000 Euro di ricavi nei sei mesi di attività dell’anno 2014 ai quali, secondo il dato fiscale
dichiarato, non sarebbe seguito un reddito di impresa, stante i costi di avviamento.
Alla stregua dei superiori elementi la decisione del Tribunale non è censurabile: è deducibile,
invero, da un lato la circostanza che in costanza di convivenza coniugale il marito, attraverso
l’apporto economico derivante dall’attività professionale, ha costituito l’esclusivo sostegno
economico del nucleo familiare al quale ha consentito una condizione di sicuro benessere; dall’altro
la circostanza che la B., rimasta nel godimento della casa familiare, ha potuto intraprendere una
propria attività, tale da consentirle, superato un normale periodo di avviamento e unitamente
all’assegno riconosciutole, di provvedere adeguatamente alle proprie esigenze di mantenimento.
L’appello principale, volto ad ottenere l’aumento dell’assegno per la coniuge, come l’appello
incidentale, volto ad ottenerne la riduzione, vanno pertanto entrambi respinti.
Assegno mantenimento figli
I superiori elementi di valutazione in merito alle risorse economico – patrimoniali delle parti
inducono a ritenere ugualmente congrua la decisione del Tribunale in mento all’entità del contributo
paterno al mantenimento dei figli.
Deve però rilevarsi che, successivamente alla definizione del giudizio di primo grado, il figlio V.,
ora ventinovenne, ha concluso il proprio percorso di studi, quale odontoiatra, iniziando a lavorare
presso lo studio del padre con un contratto di collaborazione professionale in data 4.9.2014 e un
trattamento economico pari a 800 Euro mensili, importo di poco superiore al contributo dovuto dal
padre all’alno genitore a titolo di concorso al suo mantenimento.
Il raggiungimento dell’obiettivo finale del percorso di studi intrapreso e l’inserimento nel mondo
lavorativo nel settore con facente al suddetto percorso inducono a ritenere cessato l’obbligo di
mantenimento del figlio gravante sul genitore, pur a fronte di una capacità eh reddito del figlio non
ancora adeguata alle possibilità e prospettive collegare al tipo di studi e di lavoro, tenendo conto che
la pratica lavorativa via via crescente porrà il giovane nelle condizioni di effettuare anche diverse
scelte di collaborazione professionale alternative o concorrenti rispetto a quella con il genitore.
Considerata la necessità di un periodo di avvio e inserimento nel mondo del lavoro prima di
conseguire una propria stabilità ed autonomia anche di scelte lavorative, è giustificato collocare il
venir meno dell’obbligo di mantenimento del figlio V. in capo al padre a far data dal mese
successivo alla pubblicazione della presente pronuncia.
In tali limiti l’appello incidentale dei T. va, pertanto, accolto.
Spese processuali
Il tenore della decisione, stante la reciproca soccombenza delle parti e il mutamento della situazione
economica della prole sopraggitto nel corso del giudizio di impugnazione, giustifica la
compensazione per intero delle spese processuali del presente grado.
Deve darsi atto, infine, che sussistono i presupposti per l’applicazione di quanto previsto dall’art. 13,
c. 1 quater T.U, spese di giustizia come modificato dall’art. 1, C. 18 legge 24/12/2012 numero 228,
ai fini del versamento da parte di B.S., totalmente soccombente, di un ulteriore importo a titolo di
contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.
P.Q.M.
La Corte
definitivamente pronunziando, con l’intervento del Procuratore Generale, sui rispettivi appelli delle
parti, in parziale riforma della sentenza n 2289/13 del Tribunale di Velletri pubblicata ti 18, II,2013,
così decide:
– rigetta l’appello proposto da B.S.;
– in parziale accoglimento dell’appello incidentale proposto da T.S. dichiara cessato a decorrere
dalla pubblicazione delta presente pronuncia l’obbligo di concorso al mantenimento del figlio V.
posto a carico del padre;
– rigetta nel resto l’appello incidentale proposto dal T.;
– compensa interamente tra le parti le spese processuali del presente grado di giudizio;
– dà atto che sussistono i presupposti per il versamento da pane di B.S. dell’ulteriore contributo
unificato pari all’importo dovuto per l’impugnazione;
Manda alla cancelleria per le comunicazioni e gli ulteriori adempimenti.
Così deciso in Roma il 13 aprile 2016.
Depositata in Cancelleria il 12 maggio 2016.

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